Un tavolo, una sedia, un cesto di frutta e un violino; di cos’altro necessita un uomo per essere felice?
Albert Eistein

Il violino nacque nel primissimo Cinquecento a un parto con l’intero gruppo, chiamato con il nome collettivo di “violini”, oppure “viole da braccio”, o più primitivamente “violette da arco senza tasti”. Inizialmente le taglie erano solo tre (soprano, tenore e basso) e di esse unicamente quella di basso montava quattro corde, mentre le altre ne avevano tre.
Nel frattempo fin dal 1523 gruppi di violons (la grafia è mutevole nei documenti), di varia provenienza, si segnalavano come appositamente ingaggiati dai Savoia e dal re di Francia per rallegrare particolari festeggiamenti; come si vede la parola designava non gli strumenti ma chi li suonava. Per la prima volta nel 1530 il termine “violini” apparve in lingua italiana, e questa volta eccezionalmente proprio a designare degli strumenti stessi.
Ben presto tali testimonianze si moltiplicarono, e non di rado rivelarono non solo l’attività, a volte girovaga, a volte stanziale, di compagine di “violini”, ma anche l’effettiva composizione dei gruppi. Questi dapprima il più delle volte furono formati da quattro individui, in seguito compresero un numero variabile di esegutori: da quattro a sette. Complessi il più delle volte di origine norditaliana vennero impiegati lungo tutto il XVI secolo, in occasioni sacre o profane, in vari centri italiani ma anche all’estero: Venezia, Milano, Torrino, Trento, Padova, Parma, Ferrara, Monaco di Baviera, Genova, Mantova, Lucca. Non c’era raddoppio di part, quindi era assente qualunque embrione di orchestra; invece si verificava un proliferare di taglie, spesso dette “sopran”, “falsetto”, “tenor”, “alto”, “bassetto”, “basso”. Qundo in più apapriva anche un “basson”, poteva forse trattarsi di un basso normale, forse di un contrabbasso da gamba o di un ibrido. Infatti un esemplare della famiglia delle viole da gamba, famiglia del tutto distinta da quelle delle viole da braccio (o violini), avrebbe ben potuto essere accolto nel loro seno allo scopo di coprire un’estenzione molto grave, non raggiunta dal comune basso da braccio e non ancora assicurata da un modello standardizzato di contrabbasso. Si noti che in questo contesto il nome “violino” non designava necessariamente la taglia soprano dell’assieme, ma era inteso ancora un po’ come un cognome di famiglia.
A partire dal 1555 circa una prima (eccellente) compagnia italiana di violini o bande de viollons approdò anche alla corte di Francia. Viollons francesi vi erano già attivi fin dal 1529, principalmente adibiti, con altri strumentisti, a solennizzare cerimonie e cortei; ma da un dato momento in poi, volendo dar luogo ad un musique de chanbre più raffinata, destinata ad accompagnare la danza, i balletti teatrali e la mensa del re, sembrò irrinunciabile far ricorso a strumentisti del nostro paese. Il reclutamento di violinisti italiani (alcuni dei quali cremonesi) a Parigi continuò anche dopo il 1555, finché sul finire del secolo le loro file, progressivamente ingrossate, tornarono ad essere rinnovate per mezzo di musicisti locali, istruiti al nuovo stile. Quando il sovrano si spostava, tutta la corte doveva seguirlo, e con essa i suonatori. Per le necessità professionali di costoro si era avviato anche un approvvigionamento di strumenti ad arco italiani: si segnalano un acquisto di cinque violles a Ferrara nel 1556 ed il famoso e cospicuo ordine del re Carlo IX al capostipite dei grandi liutai cremonesi, Andrea Amati.
Nel frattempo gli insiemi di violini avevano fatto fortuna anche in altri paesi d’Europa, come le Fiandre, indipendentemente dalla presenza di esecutori italiani.
In Italia dal 1558 al 1563 sei diversi strumenti della famiglia del violino erano di casa a Venezia nella Scuola Grande di San Marco; e con l’inizio del nuovo secolo due diversi gruppi (rispettivamente di sei e di tre) di questi strumentisti sono documentati come dipendenti della corte di Mantova (1603-1622), trovando ideale impiego tramite le musiche di Claudio Monteverdi e di Salomone Rossi.
D’altra parte nella prestigiosa sede parigina, sempre all’avanguardia in tale campo, nel 1626 la bande dei violini, divenuta sempre più numerosa, ebbe un’ampia promozione: venne riconosciuta formalmente da Luigi XIII come un complesso musicale omogeneo alle sue dipendenze dirette. Questa bande detta dei 24 violons du Roy, che nel 1636 il teorico Marin Marsenne magnificò senza riserve, era composta da 6 soprani, 4 contralti, 4 tenori, 4 strumenti di una taglia denominata quinte e 6 bassi. Il soprano (da lui detto anche il violon per eccellenza) aveva l’ormai classica accordatura valida ancora oggi; quanto alle taglie centrali, benché di dimensioni diverse l’una dall’altra e attive in differenti regioni sonore, esse erano “toutes à l’unisson”, cioè accordate allo stesso modo, vale a dire come l’odierna viola. Dal canto suo il basso, naturalmente, seguiva la ttradizione francese che voleva la successione di quinte appoggiate alla quarta corda in sib.
Di qualunque natura fosse il peculiare equilibrio sonoro ottenuto dai 24 violini del re, bisogna riconoscere in esso l’embrione dell’orchestra moderna: infatti come tale si intende un organismo essenzialmente basato sul principio del raddoppio delle parti. Alla corte di Francia tale complesso veniva impiegato soprattutto per la musica di danza.
A questo era arrivato l’espandersi del principio (di origine squisitamente rinascimentale) del consort omogeneo di strumenti, fossero essi flauti dritti o traversi, cornetti o tromboni, pifferi, viole da gamba o viole da braccio (=violini). Tali consorts (forti di una ragguardevole letteratura musicale: ricercari, fantasie, danze, “canzoni francesi”, o “canzoni da sonar”) erano emuli dei trii, quartetti, quintetti o sestetti di voci umane impiegate nella musica sacra e profana per eseguire mottetti, madrigali, chansons, canzonette e villanelle.
Il complesso-tipo rinascimentale della musica colta, sia vocale che strumentale, sia solistica sia a parti raddoppiate, si fondava il più delle volte su una tessitura a cinque parti: proprio la stessa perpetuata a opera dei 24 violini.

I Violoncelli di Antonio Stradivari; Ente Triennale Internazionale degli Strumenti ad Arco, Consorzio Liutai Antonio Stradivari Cremona.