“In orchestra circolavano barzellette di questo tenore: chiedono al primo violino se voglia uccidere il direttore o la prima viola, lui risponde che si occuperà dell’uno e poi dell’altra: prima il dovere e poi il piacere! “
Jurij Abramovic Bašmet

La parola “viola” ha assunto nel corso del tempo una sorprendente varietà di significati, come sa bene chi prova a interpretarne le accezioni così cangianti nel corso del tempo. Nel tardo medioevo, insieme con le variabili viuòla, vivuòla, vivòla, ha designato uno strumento ad arco, solitamente di contenute dimensioni (donde il diminutivo “violetta”); ha poi indicato alla fine del ‘400 la “viola d’arco” spagnola (vihuela de arco), ma anche il suo equivalente a pizzico (vihuela de mano) che, grazie alla grande popolarità, divenne per qualche tempo la “viola” per antonomasia (ne è testimonianza tra l’altro l’uso del termine nel Cortegiano di Baldassar Castiglione, 1528).
Decaduto velocemente quest’ultimo strumento, la parola ritornò ad indicare genericamente uno strumento ad arco, ed in particolare quello al momento più in voga, ossia la “viola da gamba”. Il significato moderno e definitivo, che designa la taglia intermedia della famiglia del violino è attestato già a metà ‘600, ma con una notevole eccezione: alla fine di quel secolo nel gergo dei suonatori veneziani “viola” era il nome del violoncello (“violetta” la taglia intermedia).
Lo stesso termine designa anche: un diffuso nome femminile; un ben noto fiore dotota di leggendarie virtù; un colore tutt’altro che neutro (sono viola i paramenti sacri durante la Settimana Santa ma è viola anche il colore della superstizione, almeno per tutti coloro che calcano il palcoscenico).
E’ singolare che l’etimologia di questa suggestiva parola italiana, capace di resistere per secoli interi a tutte le mode, sia stata svelata solo in tempi molto recenti, grazie agli studi del glottologo Giulio Paulis.
Viola deriva dal latino vidula, ossia “vedovella”, giovane vedova, con tutto ciò che questa condizione (e questa etimologia) comporta Una singolare conferma ci viene dai dialetti trentini, in particolare l’ampezzano, nei quali il fiore si chiama appunto “vedovella”.
Entro il 1533 era già avvenuta la definizione completa di una famiglia di strumenti ad arco senza tasti, formata da quattro taglie, soprano tenore e contralto (quest’ultimo identico al tenore) con tre corde ciascuna, il basso con quatto corde.
Ma fra fine ‘400 ed i primi del ‘500 ebbe luogo un’accanita sperimentazione cui devono aver partecipato, più o meno consapevolmente, numerosi liutai dell’epoca.
Una volta genialmente messo a punto il ponticello arcuato, ben prima della fine del’400, la violetta e la lira da braccio subirono una singolare trasformazione costruttiva della cassa. Quest’ultima inizialmente veniva realizzata, come tutt’ora taluni strumenti popolari, inserendo le pareti verticali in una scanalatura parallela ai bordi della tavola armonica e del fondo, in odo da garantire un’adeguata stabilità del corpo.
Un’altra soluzione costruttiva consiste nella costruzione della cassa con le fasce scavate e concave verso l’interno, che offrono un ampio e solido appoggio per la tavola armonica (esiste un solo strumento, una viola da braccio conservata a Vienna, che conserva questa caratteristica costruttiva).
L’obbiettivo era rendere più solida la cassa di questi strumenti, ma la fase più avanzata di questa sperimentazione avverrà solo con l’adozione della bombatura della tavola armonica, effettivo e definitivo elemento di transizione verso una struttura in grado di sopportare e distribuire meglio le forze di carico sulla cassa armonica.
Un compito di non facile soluzione è quello di stabilire se per viola vada intesa già il modello dotato di sole tre corde, con la cassa armonica costruita con le fasce incassate in scanalature, con il riccio solo ancora timidamente abbozzato e con una struttura tutto somato debole rispetto al peso scaricato dalle corde (1510 ca.); s eper viola vada intesa quella con la cassa bombata (1530 ca.); oppure infine quella di cui appare la struttura definitiva (1560 ca.) che siamo abituati a ritenere propria di questo strumento (bombatura, riccio, filettatura, fori a effe).
Per rispondere al quesito è però preferibile spostare l’attenzione su quella che sarà la vera novità nella nascita della viola (e tutta la famiglia del violino): la capacità di far vibrare tutt’e due le tavole, quella superiore (la tavola armonica) e quella del fondo.
Questo è il compito dell’anima, un sottile cilindretto inserito perpendicolarmente tra le due tavole ed in grado di trasmettere le vibrazioni da quella superiore, che vibra grazie al movimento del ponticello, a quella inferiore, che viene in tal modo a corrispondere ai movimenti di quella sovrastante, aumentando la risonanza del corpo.
E’ difficile dire con certezza quando una tale soluzione sia stata inventata per la viola e glia ltri strumenti della famiglia, perché tutti gli strumenti antichi esistenti sono stati modificati e pertanto la presenza dell’anima in uno di tali esemplari non costituisce una prova inopugnabile. Ad ogni modo nel ventennio 1530-50 le principali trasformazioni risultano già essere avvenute, e in particolar la bombatura del corpo che testimonia appunto la presenza dell’anima, come pure la “catena” (una travicella di rinforzo sotto la tavola), così che l’ideazione della viola e famiglia va collocata nella prima parte di quel periodo.

Un corpo alla ricerca dell’anima…; Andrea Amati e la nascita del violino; Ente triennale Internazionale degli strumenti ad Arco; Consorzio Liutai Antonio Stradivari Cremona.