Vita bestial mi piacque e non umana,
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana
Dante Alighieri (Inf. XXIV, 122-126)

Liutai in Pistoia.

Giuseppe Baroncini.
Mancano notizie sicure riguardo a questo liutaio, che svolse la sua attività a Pistoia nell’ultima parte del XIX secolo. Il suo lavoro è semplice e privo di ricercatezza, ma non tuttavia privo di qualità specialmente dal punto di vista acustico. Baroncini va ricordato come uno dei pochi esponenti della liuteria toscana del suo tempo.

Valentino De Zorzi.
Iniziò la sua attività in età avanzata a Pistoia poi a Firenze dal 1885 al 1913, costruì un discreto numero di strumenti. Giovanissimo si arruolò nelle fila dei Garibaldi. Dopo il 1861 lavorò a Bologna nella produzione di carri per l’esercito. Nel 1880 si trasferì a Pistoia dove lavorò come fabbro ed ebanista. Qui conobbe il conte Vieri Ganucci Cancellieri, noto collezionista ed apapsionato di strumenti musicali. Fu lui ad incoraggiare De Zorzi a dedicarsi alla liuteria. Nel 1885 si trasferì a firenze dove aprì il suo negozio in via del Corso.
Usava marchiare a fuoco (V.D.Z.) i suoi strumenti in diversi punti: sulla nocetta, sotto il bottone, all’interno della cassa, nella cassetta dei piroli. Data di costruzione e firma dell’autore sono spesso riscontrabili sulla tavola, sotto la tastiera. Spesso l’acero utilizzato è marezzato in maniera profonda ed irregolare. Ostianto sperimentatore inventò il “controviolino”. Diversi furono i riconoscimenti e premi ottenuti: medaglia di bronzo alla mostra di Milano ddel 1881; medaglia d’argento all’esposizione di Bologna nel 1888; diploma d’onore a Pistoia, Tolone e Marsiglia nell’anno 1899 e gran premio d’onore a Parigi nel 1890. Lavorò sempre da solo e non ebbe allievi diretti (sebbene Silvio Vezio Paoletti alla sua morte rilevò la sua bottega con attrezzi, modelli, ecc.). Comunque il suo lavoro è stato un punto di riferimento per tutti i liutai toscani del ‘900 che si riallacciavano alla tradizione toscana (Casini, Del Lungo, Ferroni, Bargelli, Martini). Morì a Firenze nell’anno 1916.

Guido Maraviglia.
Nacque nel 1908 a Pistoia. Cominciò a lavorare molto presto insieme ai fratelli, Vittorio e Dino, nella bottega del padre ebanista dove, saltuariamente, capitava anche di riparare qualche strumento musicale. Guido, appassionato di musica, manifestò subito una curiosità particolare verso questa attività, alternando la costruzione di strumenti al lavoro in falegnameria con il padre ed i fratelli.
Il suo primo violino lo costruì intorno al 1924 quando aveva circa 16 anni. Durante la seconda guerra mondiale restò per quattro anni prigioniero in Africa. Al ritorno si riunì ai fratelli per la ricostruzione della falegnameria in quanto tutti i macchinari erano andati perduti. Decise, a questo punto, di fare della liuteria la sua principale occupazione ritirandosi dalla società con i fratelli e cominciando a lavorare in proprio.
La sua forte passione per la musica lo porto a studiare il violino, suonare in piccole orchestre locali e diventare anche accordatore di pianoforti. Lavorò sempre a Pontelungo, frazione subito fuori il centro di Pistoia, in modo metodico ed assiduo costruendo un migliaio di strumenti e dando ad ognuno un nome che segnava nell’etichetta. Usava la forma interna e filettava a cassa chiusa. Non ebbe molti contatti con i suoi contemporanei. Sicuramente frequentò Cesare Castelli di Ascoli Piceno e conobbe Igino Sderci e Lapo Casini di Firenze. E’ da quest’ultimo che assimilò la tecnica per ossidare l’olio di lino, e renderlo quindi solubile in alcool per amalgamarlo alla sua vernice.
Nel 1969 un suo quartetto fu premiato alla mostra mercato di Cremona con medaglia d’argento. Guido Maraviglia morì a Pontelungo, Pistoia, l’anno 2001.

Organari in Pistoia.

Dalla metà del XVIII secolo Pistoia, situata a nord della Toscana, costituisce uno dei principali centri italiani in cui viene realizzata una raffinata produzione di strumenti musicali, primi fra tutti gli organi delle botteghe organarie pistoiesi Tronci e Agati. Due fratelli Tronci, Antonio e Filippo, allievi e poi soci del lucchese Domenico Francesco Cacioli, si mettono finalmente in proprio. Ed è questa la prima di ben cinque generazioni di organari, perché saranno seguiti nell’ordine da: Benedetto, figlio di Filippo, da un secondo Filippo, nipote di Benedetto, dai due fratelli Luigi e Cesare figli di Filippo e, ultimo, da un terzo Filippo.
Pietro Agati, formatosi alla scuola del bolognese Filippo Gatti, è l’iniziatore dell’altra stirpe di organari: infatti la sua opera viene continuata dal figlio Giosuè e dal nipote Nicomede. Lo stile costruttivo delle due famiglie è profondamente influenzato dall’organo che il fiammingo Willem Hermans (che italianizzò il suo nome in Guglielmo Ermanni) costruì per la chiesa di S. Ignazio a Pistoia (oggi conosciuta come chiesa dello Spirito Santo) nel 1664, tutt’ora esistente e perfettamente funzionante.
E’ facile immaginarsi la dura lotta, approdata più di una volta in tribunale, per la supremazia delle due famiglie, il che però non impedisce a Nicomede Agati, ormai vecchissimo e senza possibili continuatori, di cedere nel 1883 la fabbrica all’antico rivale Filippo Tronci che si fregerà orgogliosamente del titolo di “unico proprietario” della ditta Agati-Tronci.
Le due famiglie costruirono non solo per la Toscana e per altre regioni italiane, ma anche per la Corsica e per il sud est della Francia, per il Medio oriente e l’America Latina . Organi pistoiesi furono installati, per esempio, al teatro Costanzi di Roma, nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme ed al teatro Colon di Buenos Aires; il primo ed il terzo sono scomparsi mentre quello a Gerusalemme è ancora al suo posto.
I principali organi che si trovano a Pistoia sono collocati nelle chiese di San Pier Maggiore, san Vitale, San Benetto, San Bartolomeo, San Filippo, Madonna del Letto, nella Villa Puccini a Scornio sede della Scuola Comunale di musica T. Mabellini e dell’Accademia di Musica Italiana per Organo.

Dagli organi ai piatti musicali, una tradizione che si rinnova in Pistoia.
I primi anni del ventesimo secolo rappresentano una fase di transizione tra la produzione degli organi e degli strumenti a percussione: in questi anni la produzione organaria era sostanzialmente scomparsa dal panorama produttivo pistoiese.
Nel 1926 uno dei migliori operai del Tronci, Fiorello Zanchi, decise di lasciare la ditta e mettersi in proprio impiantando una fabbrica di piatti musicali. Per reperire i capitali necessari si rivolse a Manlio Biasei che decise d’investire nell’iniziativi i proventi derivati dall’allevamento dei bachi da seta. Nasceva così la Zanchi-Biasei, la terza ditta di piatti musicali pistoiesi insieme alla fonderia Marradi-Benti ed alla fabbrica di strumenti musicali Fratelli Tronci.
La situazione creatasi a Pistoia era decisamente atipica poiché vedeva concentrata in una piccola città, con un tessuto industriale limitato, una situazione di sostanziale monopolio nazionale della produzione degli strumenti musicali a percussione, completato dalla presenza, nella vicina Sesto Fiorentino, della ditta Rosati Leopoldo.
Nel 1931 i rappresentanti delle suddette ditte dettero vita all’ U.F.I.P. (Società Anonima Cooperativa Unione Fabbricanti Italiani di Piatti Musicali e Tam Tam). Essa si configurava come un cartello di ditte, ognuna delle quali manteneva la rispettiva sede sociale, luogo di produzione e dipendenti ma rinunciava ad avere rapporti diretti con il mercato, assegnando alla nuova struttura i compiti di raccogliere gli ordini e le commesse e di ridistribuirli fra le ditte associate, che si impegnavano inoltre a fornire gli strumenti musicali solamente all’unione, a cooperare fra loro, a seguire nella lavorazione le norme tecniche stabilite.
Nel 1968 l’U.F.I.P. diventò un’unica società, trasformata in una società a responsabilità limitata, e si avvio la produzione nel nuovo stabilimento della zona industriale di Pistoia. La produzione fu impostata su un nuovo metodo di lavorazione che prevedeva il passaggio della fusione in gravità a quella in centrifuga. Da allora la produzione dell’U.F.I.P. si è ampliata per qualità e quantità fornendo praticamente in tutto il mondo, alle bande, alle orchestre, ai teatri, ai complessi jazz ed ai migliori artisti, piatti di ogni misura e qualità e Tam Tam o gong il cui diametro può misurare anche più di un metro.Oggi l’U.F.I.P. realizza la sua produzione avvalendosi di un complesso di oltre 1000 mq, con una forza lavoro di una dozzina di persone altamente qualificate.